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  • Primadonna

    “Primadonna”, film diretto da Marta Savina, è una pellicola (s’usa ancora dire?) da spazi ristretti. Le inquadrature raramente ci danno respiro e quando lo concedono, lo fanno in un paesaggio sassoso o ricavato da esso. La storia vera di Franca Viola (nel film ribattezzata Lia Crimi) che nella Sicilia degli anni Sessanta, fu la prima donna a denunciare una fuitina non consensuale (leggasi rapimento e stupro) seguita, nelle intenzione, da matrimonio riparatore. Avverrà arresto e condanna per i responsabili del gesto. Il film concede poco al piglio registico. È secco, mai particolarmente ricercato nelle visioni che per il resto rimandano ad una vicenda pereguita nei turbamenti famigliari e personali della protagonista. Intorno al fatto, una città collusa, consapevole di accadimenti e conseguenze ma accomodata sulle spalle del colpevole, il figlio del capomafia locale. A mio sindacabile giudizio: Claudia Gusmano (Lia Crimi), in parte, credibile, verosimile, Fabrizio Ferracane (padre di Lia) notevole, evita sovente d’essere banalotto e si sente che di sicilianità, ne ha divorata molta.

  • Pistoletto

    Pistoletto

    Si va a chiudere. Il tempo deciderà quando. Nel mentre la macchina emette ancora sbuffi di fumo e produce partecipazione al mondo. Ma si analizza nel mentre il grosso, il grandissimo già stoccato e storicizzato. Michelangelo Pistoletto espone le sue opere al Chiostro del Bramante, Roma. Sfida architettonicamente impervia, comunque che si può solo perdere meno peggio di altri. Se si scende a patti è invece cerebrale. Curatela di Danilo Eccher. Si ricorda, in svariati articoli, che sono novanta gli anni dell’artista. Pochi elementi della vita di un essere umano sono importanti come il resoconto dell’esistenza. Alcuni negano di volerlo fare ma non è una scelta che gli compete. Accade al di fuori delle volontà. È, a discapito del nonagenario in questione, un punto focale della mostra è proprio sull’accaduto e sulle conseguenze del suo pensiero. La vedrò, non la vedrò. Dipenderà anche ciò dai venti del destino, gli stessi che hanno giocato con l’arte e l’ideologia di Pistoletto. Non è tipo da conti, da somme e sottrazioni esistenziali ma fa specie che comunque si giunga in una sospensione di lancette, dove ogni azione è ormai commisurata a ciò che inevitabilmente accadrà e che fino a quel punto rischia di diventare una consueta celebrazione.

  • Disprezzo

    Disprezzo

    Ciò che stordisce (indigna perfino? Sono sempre meno i depositari veritieri del sentimento) è il disprezzo che sbandierano. È una difesa del malessere civico. Di una parte della società atta alla difesa di un ceppo tradizionalista. E poi cattolicesimo, politica, indecenza, paura, pregiudizio. Quel che deve rimanere è in fondo ciò che ci si aspetta. Chi lo attende è nell’ordine dell’ovvio. Verrebbe d’affermare: “Quanto è bello passeggiar con Mary” senza mai avanzare ma canticchiando un motivetto noto. Conosciuto come la società che stentacchia a riconoscere diritti. Che diventa però grossolana quando ci si prova. Ed allora i maschi hanno il cazzo e le donne la figa. Le coppie dall’unico sesso minacciano. Minacciano, certo. Le regole (ne servono di nuove, adeguate, aggiornate, veritiere, lo sforzo è altresì inelegante), il buongusto, il ruolo dei sessi, la terminologia, le convenzioni. Meglio cancellare per assenza di legislazione. Lasciare che la deriva sciacqui donne, uomini e che i loro figli si dimentichino delle possibilità. Non si evita invece di dar credito alla naturale nefandezza del popolino. Meglio gli appellativi: froci e ricchioni erano. Froci e ricchioni senza diritti saranno da domani.

  • Rete

    Rete

    Al giornalista, l’uomo d’impresa deve donare un’apertura al diverso mondo. Chiamato umanità, comunità, concorrenza, altri. Apparir deciso è fuori discussione. Occidentale e aggressivo è una formula datata. Magnanimo, sì, comprensivo ma soprattutto propositivo. Questa è la formula integrata da un soffio di buonismo. Fare rete è il segreto. Dell’impresa, del futuro, del profitto ed è anche il messaggio. Bisogna che sia chiaro, scandito all’interlocutore con fare accondiscendente, un cicinin dimesso ma senza apparir disperato (sarebbe inverosimile finire per soccombere già a parole). “Fare rete”, ridirlo un tot di volte, rinunciando a qualcosa, superando le contestazioni, i malesseri, le paure. Sii, pensa il parlante, messaggi di unità magari corredati da, “se fosse possibile una bella immagine che le manderei”. Il cronista accetta, dopotutto dove rintracciare una fisca d’interesse in una richiesta simile. E poi si attende il naturale coinvolgimento della società. Ci si aspetta lodi, attestazioni di luminosa intellettualità e la risciacquata immagine d’un uomo che vive nel presente. Dire dire e dire. La rete è proprio un bel costrutto!

  • Lgbtqia+

    Lgbtqia+

    “Next in Fashion” (Netflix) è un reality sulla moda, condotto da Tan France e Gigi Hadid. Una serie di concorrenti stilisti ed esperti di moda, si sfidano per vincere la competizione ed il premio messo in palio, oltre che una corposa popolarità. Perlopiù sfilano creazioni ardite, completi inusuali per i mortali, si conoscono ed evidenziano tendenze mondiali ignorate dai “quasi tutti” e si adocchiano soluzioni sartoriali al limite della fisica (e del portamento delle seppur adatte modelle). Ma c’è anche una sessualità sovente analizzata e mischiata che accompagna ogni puntata o riferimento alla vita dei partecipanti. Un parterre di condizioni che osservato dall’Italia e dal mio trascorso esistenziale, è disturbante. Io, assolutamente convinto delle cause e delle richieste Lgbtqia+, provengo da un contenitore che per lungo periodo non ha conosciuto altra sostanza che l’eterosessualità bianca, convenzionale (e che oggi prova a sguazzarci nuovamente). Seppur il mio processo umano non conoscesse la discriminazione, osservarne la benefica evoluzione della sessualità umana è di estrema difficoltà. Sono in un paese che ha complessi e ventate di conservatorismo e tradizionalismo malefico ed efficiente. Il mio impegno è la sola garanzia possibile. D’intelletto e di convinzione si soffoca la recrudescenza di un origine infestata. Fuori, dopo la porta delle Alpi, è però un mondo che puntiamo con il cannocchiale. Noi, come stato, ci stiamo allontanando. Forse ciò che la gente osserva, anche nella mal trattata televisione, può essere un gancio che ci riporti al porto sicuro dell’evoluzione umana.

  • Maradona

    Maradona

    Alcuni balconi si stanno rifacendo i drappi. Le bandiere del Napoli cominciano a spuntare sui balconi, dalle finestre, su oggetti d’uso comune, perfino addobbi. Il titolo in campionato arriverà, questione di giornate. Mi pareva ovvio che fosse così, terminando il ciclo del sangue di Maradona (con sospensione del giudizio, altro potrebbe avvenire). Da un quattro anni, un po’ per convinzione ed in parte per sfida, sostenevo che l’unico modo di veder trionfare l’Argentina ed il Napoli fosse ridare il talento irrazionale e magnetico di Diego Armando Maradona al cielo e dunque anche alla memoria. Forse un sacrificio, in parte una liberazione da un uomo che terminata la carriera aveva sempre faticato a definirsi comune. Era un insaziabile divoratore di aspettative. Le sue, quelle degli altri e di ciò che avrebbe dovuto diventare al di fuori del campo. Non abbiamo mai adocchiato lo stesso talento del calciatore. Eppure stava, c’era e forse era l’ultimo tassello di una richiesta di restituzione del genio che l’argentino aveva fatto grondare sulla serie A. Un ritornare all’idea stessa del gioco. Nessun Dio, come non lo è stato Maradona. Ma sapeva farlo credere, in barba ai mortali che assistevano a parabole e sortite.

  • Goffredo Bettini

    Goffredo Bettini

    Si giunge e si deve passare per Goffredo Bettini, come per una stazione di cambio senza la quale il trasporto è reso inagibile. Bastonato e bastonante si dirige a consultarsi con segretari e addetti ai lavori. Il più delle volte meno sbarbato. I cronisti sostengono che sia il macchinatore, il puparo, il grillo parlante, il saggio del partito. Lo si attende davanti alla sede romana convinti che apparirà. Ti tocca leggere la sua biografia e le indiscrezioni, che sono assai rare. Si dice che sia frugale, qualcuno lo chiama “Il Monaco”. Ma su quale passo parli la sua lingua, me lo sono sempre chiesto. Uomo di potere, inevitabile. Uomo di conoscenze e di conversioni. Soggetto sempiterno e ricorrente della politica. È sempre affascinante l’ombra. Per mistero o supposizioni. Alla luce non si fa niente che desti sospetto. Bettini è un agglomerato di ombreggiature, neralbo. Ha detto e perso, ha descritto e vinto. Eppure quest’uomo, per sua presenza o suggestione, mi appare parte della pietra e delle statue di cui sono composte le stanze del potere. Ogni ombra è disposta a sussurrare a Goffredo.

  • Piantine

    Piantine

    Dalla lettura in periodo pandemico del libro: “Elogio delle erbacce”, di Richard Mabey, non faccio altro, rimessomi a razzolare, che guardare piantine spuntanti tra i sanpietrini, dagli angoli delle vie, in mezzo al cemento, appena sotto ad una grata, accostate a nefandezze di animali ed umani. Provo a dedurne il genere, il nome e se intuisco che fioriranno, mi infondono una tenerezza quasi senile. È un moto della fantasia che ha tanto l’aspettativa del rifugio, dopo fuga capitombolante dalla realtà. In questo marzo ho rivisto una dozzina di conoscenze, di arbusti rinati nella stessa posizione. Ad una mi sono affezionato. È probabilmente una lactuca serriola. Ha lavorato coscienziosamente. È spuntata in mezzo a due fette di cemento, larghe quanto un uomo, pestifere nella forma e nell’aspetto. C’e un’unica speranza verde ora. Ogni mattina o quando riesco a passarci, controllo che la piantina sia ancora nella sua posizione. Così faccio anche con altre ma con lei è una questione differente. La noto dalla finestra nelle improvvise pause. Senza Richard Mabey di lei non me ne sarebbe interessato forse nulla. Mi pare che Mabey mi abbia reso un grande servizio. Non è cosa da poco per uno scrittore.

  • Furore

    Furore

    Un tir o un collasso delle pareti sarebbe salutare. Un esplosione mi annoierebbe. Prevedibile frutto invaiato della rabbia. Se questa riunione si donasse al furore, pensavo, la volontà ci potrebbe trarre in salvo dall’ingrigimento e dalle attonite espressioni (intervallate da sorrisetti a battute spesso da repertorio) o perlomeno finirebbe in una animalesca baruffa, dove ogni oggetto diverrebbe ascia, clava, freccia, spada o scudo. A questo asservito malessere non ci si disviticchia se non procedendo per urto, facendo capitombolare ogni orpello, senza più ragionare su ciò che si sta facendo. Imbestialito e irrazionale quanto basta. L’alternativa, d’altronde, è rappresentata da questa ragazza che mi domanda in forma educata come va il progetto e ai miei tentativi di cavarne un pensiero emotivo (umano almeno nell’origine della sua formazione) ripete ciò che era prevedibile, non si sbilancia però ha un sorriso ecclesiastico appagante. Allora ti rincantucci nell’animale. Pensi a ciò che ti potrebbe donare nuda o in un attacco di passione incontrollabile. Ovunque. Sennò ti tocca scuffiare dalle froge come un cavallo rinchiuso nel box per troppo tempo. E senza la possibilità di assecondare nessuna volontà di sconquasso. Disinnescando qualsiasi lauto ragionamento.

  • Funerale

    Funerale

    Uscito l’8 marzo

    Difficile argomentare sul perché la disposizione del pubblico ad un funerale, abbia attirato, d’improvviso,la mia attenzione. Iniziato per caso, come una necessità di processare l’accaduto, al ripetersi nella giornata odierna di una cerimonia funebre, ho di nuovo concentrato le mie facoltà nella ricerca, forse, di una logica sociale. Sono riti antichi, talmente usuali al genere umano, da stupirmi che siano ancora in essere, che alternative non siano state trovate. Nemmeno sarebbe necessario, probabilmente, ma in un pianeta ormai che ragiona in nanoprocessori, una bara, una raccolta di anime intorno ad un evento, una liturgia, un ricordo, discorsi sulla sacralità dell’anima, mi appaiono inconsueti. Allora osservo un accadimento sempiterno valutandolo con il metro della disposizione dei partecipanti utile a rintracciare uno schieramento di rapporti e di valori. La grandezza del corteo, l’età, il vestiario, i tempi, i gruppi, gli oggetti. Sarebbe ingeneroso affermare, soprattutto nel dolore, che ciò sia una rappresentazione e che, fine a se stessa, scompaia, senza lasciare alcuna traccia. Allora è meglio affermare che sia un atto insito nell’uomo e che ogni istante, abbia un suo collegamento con ciò che il corpo e l’esistenza dell’homo rappresentano. Pubblico incluso.